La pace che verrà

Mentre sui mezzi di informazione si continua a seguire "la guerra in diretta" disumanizzando il conflitto e riducendolo alle poche centinaia di metri che ogni giorno segnano gli spostamenti della linea del fronte, in questo piccolo libro cerco di riportare l'attenzione sulle storie di vita e sul punto di vista di chi quotidianamente si oppone alle logiche belliciste. A due anni di distanza da "Mir. Dialoghi sulla pace al confine della guerra in Ucraina", con "La pace che verrà. Immaginare il futuro dopo la guerra in Ucraina", pubblicato nuovamente con People, sono ritornato nella zone di frontiera tra Moldavia e Ucraina e, attraverso una serie di incontri svolti nella primavera del 2025, provo ora a indagare il significato profondo di tre pratiche non-violente: Prendersi cura, Partecipare e Convivere. Nel primo caso, raccontando le attività di arte-terapia che vengono realizzate al Bakota Hub, un centro d'arte situato nel piccolo villaggio ucraino di Horaivka, sul fiume Dnister/Dnestr. Un luogo che ho potuto raggiungere grazie all'aiuto di Sineglossa e di un progetto sul patrimonio culturale ucraino. Nel secondo caso, invece, la "partecipazione" alla vita democratica di cui parlo è quella dei volontari della rete Moldova for Peace, che ho incontrato a Chisinau. L'incontro con l'amico e collega Vitalie Sprinceana è stato ancora una volta prezioso e illuminante per riflettere sugli orizzonti della "neutralità attiva" e del pacifismo moldavo. Infine, la convivenza difficile, eppure possibile, di cui parlo nell'ultima parte del libro è quella che continua in Gagauzia e in Transnistria, dove nonostante la costante minaccia di un'estensione del conflitto, moldavi, ucraini e russi vivono ancora insieme. 


L'ultimo capitolo del libro si sposta poi in Giappone, apparentemente molto lontano dall'Europa orientale e dalla guerra sulle sponde del Mar Nero. In realtà, i progetti di riarmo e la minaccia di un possibile conflitto atomico che viene prospettato per il futuro di un'Europa ridotta a "porcospino d'acciaio" in funzione anti-russa, rendono la distanza tra noi e Hiroshima molto più breve di quanto non sembri: le celebrazioni per l'ottantesimo anniversario del bombardamento atomico americano sul Giappone cui ho preso parte nell'agosto del 2025 mi hanno offerto l'opportunità di riflettere ancora una volta sulla necessità di perseguire ogni possibile sforzo per spezzare l'inevitabile ciclo di violenza della "guerra che verrà", come profetizzava Bertolt Brecht nella sua famosa poesia scritta poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, per costuire invece dal basso e ogni giorno una prospettiva di pace basata su una "politica della somiglianza".