Quando al tempo de Il paese delle badanti svolgevo le mie ricerche nella Moldavia che andava spopolandosi per l'emigrazione, non avrei mai immaginato che un giorno il paese sarebbe diventato luogo d'immigrazione. Eppure, un decennio più tardi, è proprio quanto è successo per effetto della guerra in Ucraina: circa un milione di persone in fuga dal conflitto ha attraversato il confine ucraino-moldavo. Molti di loro hanno poi proseguito il loro viaggio verso altri paesi europei, ma circa 100mila persone si sono fermate a tempo indeterminato in Moldavia.
A sei mesi dall'inizio dell'invasione su larga scala dell'esercito russo, ho cercato la "giusta distanza" da cui osservarne le conseguenze muovendomi attraverso i confini della guerra. Sono tornato in Moldavia per capire in che modo la società civile e le istituzioni si fossero organizzate per gestire l'accoglienza dei rifugiati e mi sono spinto in Ucraina, per raccogliere le testimonianze di chi è rimasto nei villaggi svuotati da chi è fuggito dai bombardamenti russi, ma anche dal rischio di essere arruolato dall'esercito ucraino e mandato a combattere al fronte. Un viaggio in un territorio, quello della regione storica della Bessarabia, oggi diviso tra Moldavia e Ucraina, che per lungo tempo è stato un luogo di convivenza tra popoli, lingue e culture diverse. Una mescolanza secolare che oggi gli etnonazionalismi contrapposti che bruciano sotto le ceneri della guerra vogliono cancellare una volta per tutte, purificando queste terre meticce a furia di bombe e droni. In Mir. Dialoghi sulla pace al confine della guerra in Ucraina, pubblicato dalla casa editrice People, racconto tutto questo, cercando di sottrarmi alla narrazione dominante della guerra come di una serie infinita e insensata di piccoli spostamenti della linea dei combattimenti, e guardando invece a ciò che per lo più rimane invisibile nel dibattito pubblico: le esperienze di chi viveva nelle zone distrutte dalla follia della guerra e che oggi aspira a null'altro che a un futuro di pace. E quelle di chi vive appena oltre il confine del conflitto, ed è consapevole della necessità di impegnarsi per evitare che il proprio paese venga trascinato nella violenza.
