Durante le presentazioni dei miei saggi sulle migrazioni, mi è capitato spesso di suggerire al pubblico presente di pensare alle storie di chi migra oggi verso l'Italia non tanto come simili a quelle dei nostri nonni che emigravano verso le Americhe, quanto piuttosto a quelle dei nostri figli e nipoti che emigreranno verso la Cina. Dopo aver ripetuto tante volte questa provocazione, che è in fondo un classico esercizio antropologico di cambiamento dell'usuale punto di vista da cui osserviamo la nostra realtà, ho pensato di scriverci su un romanzo. Cosa succederebbe se ad emigrare in massa fossero gli italiani? Anzi, cosa succederà quando ciò accadrà? Non si tratta tuttavia di un "romanzo a tema", nè di un saggio sotto mentite spoglie. Semuren racconta innanzitutto la storia di alcuni personaggi: Francesco, un antropologo che emigra in Cina; Shen Fu, un giornalista cinese inviato in Italia per documentare il tracollo del paese; Nausicaa, una giovane italiana che vive nella Città Murata di Kowloon, il ghetto dove gli immigrati europei cercano rifugio dalle violenze razziste che li perseguitano a causa del colore dei loro occhi; Frida, guerrigliera di LIMEN, la compagine di ribelli meticci che cercano di far cadere il regime nazionalista che da anni ha chiuso i confini dell'Italia condannandola a un'insostenibile autarchia. Ognuno di questi protagonisti ha una sua rivoluzione da affrontare: non tanto quella in cui si trova volente o nolente a essere coinvolto, ma quella che improvvisamente si rivela nel suo animo.
SEMUREN (2024)
Pubblicato da Castelvecchi, Semuren è un romanzo distopico, che per quanto mi riguarda inserisco in quell'ambito della fantascienza che Ursula Le Guin ha definito così: non un esercizio di preveggenza, ma un'analisi critica del presente. In questo tipo di storie, il futuro è una metafora per rendere visibile ciò che è già attorno a noi, ma che rischiamo di non scorgere.
Mi sono serviti dodici anni per portare a termine la stesura del romanzo: tuto è iniziato nel 2012, quando sono stato a Hong Kong per raccogliere le tracce di quella che era stata la vera Città Murata di Kowloon, un quartiere sovraffollato e anarchico che aveva già ispirato le fantasie cyberpunk di William Gibson. Negli anni successivi, mi sono accorto che il dialogo possibile tra antropologia e fantascienza aveva una sua tradizione, in cui anche il mio romanzo avrebbe potuto inserirsi. Ho iniziato a collaborare con il Museo del Fantastico e della Fantascienza di Torino, e grazie al supporto di questi nuovi amici il romanzo ha trovato la sua collocazione e la sua bella copertina, firmata dall'illustratrice Aurora Ciurca.
Se volete saperne di più, qui c'è una bella recensione del romanzo scritta da Francesco Ferri per DinamoPress.
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